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CLAUDIO BAGLIONI
Rassegna Stampa del 24/08/2006 13:06
IL CASO
Baglioni replica al «Secolo»: la tre giorni di musica a Lampedusa è un modo per sensibilizzare la
politica
La polemica, come il sale, dà sapore. Ma un piatto di solo sale sarebbe immangiabile. In politica,
però, sempre più spesso accade. Tempo prezioso si spreca a battibeccare. Mentre il cronometro
della storia corre avanti. E i problemi si fanno ingovernabili. L'immigrazione clandestina è uno di
questi. Un dramma per i Continenti della disperazione, i cui figli, cercando un senso alla parola
«futuro», a rischio della vita, approdano sulle coste dell'occidente ricco. Un dramma per noi. Se non
saremo capaci di politiche illuminate, dovremo affrontare gli squilibri e le tensioni, creati da una
insostenibile pressione migratoria. Un dramma, dunque, non solo africano. E che richiede una
risposta europea.
Non sono un politico, non sono un economista, non sono uomo di governo. Sono un musicista. Non
spetta a me individuare certe soluzioni. Non ne ho gli strumenti, né il ruolo. Quello che posso fare - e
faccio - è sollecitare una riflessione, sottolineare un'urgenza, richiamare a una assunzione di
responsabilità.
Per questo, da quattro anni organizzo una manifestazione che si chiama «O-scià». Tre serate,
gratuite e aperte a tutti, di musica dal vivo sulla spiaggia della Guitgia a Lampedusa. L'obiettivo è
semplice e non accetta censure: invitare Istituzioni, forze politiche, media e opinione pubblica a non
trascurare l'emergenza immigrazione clandestina e a unire intelligenze ed energie per individuare
ipotesi di soluzione. Non rappresento, non sponsorizzo, né propongo alcuna linea o visione politica.
Conosco il disagio di chi vive e il dolore di chi approda a Lampedusa e, in nome di quel disagio e di
quel dolore, chiedo: cosa si può fare? Un primo risultato è stato ottenuto. Il 13 settembre prossimo, a
Bruxelles, si terrà una conferenza stampa internazionale su questo tema e un concerto, nell'emiciclo
dell'Europarlamento, per sollecitare le Istituzioni europee a non considerare l'immigrazione
clandestina un male necessario e inevitabile.
Lo faccio senza la protezione di alcuna sigla, senza sventolare alcuna bandiera, semplicemente in
nome del bisogno che questa nostra umanità ha di darsi più umanità. Mi permetto di sfruttare la
visibilità che la mia condizione privilegiata mi concede per chiedere alla politica di fare ciò per cui è
nata: affrontare e, possibilmente, risolvere i problemi e concorrere a costruire un mondo migliore.
Lo so: l'indipendenza, almeno in politica, non paga. Non c'è scandalo nemmeno in questo. Non ho
mai avuto tessere e non ho mai sbandierato fedi. Ho scontentato tutti e mi sono esposto agli attacchi
di tutti. La mia «maglietta fina» è stata nera, rossa, bianca e verde a seconda della convenienza di
chi mi giudicava. Fa parte del gioco. Va bene così, anche perché il persistere di certe valutazioni
dimostra che non ho mai abdicato alla mia coerenza e alla mia libertà di pensiero.
In questa vicenda sto dalla parte dei dimenticati. I lampedusani: da sempre italiani di serie B, dei
quali ci ricordiamo solo durante la dolorosa stagione degli sbarchi. E il popolo, senza passato e
senza futuro, delle carrette del mare. Mi piacerebbe davvero che, di fronte a un dramma di questa
portata, ci scoprissimo capaci di mettere da parte le divisioni e capaci di unire sforzi, intelligenze,
energie per approdare a soluzioni per una prospettiva migliore. Per il futuro di chi c'è e per quello di
chi arriva. Magari costruendo un mondo nel quale per sopravvivere non si sia costretti ad
abbandonare la propria terra. E, soprattutto, mi piacerebbe che, almeno una volta, dimostrassimo
che, quando il dito indica la Luna, non siamo tra quelli che si perdono a guardare il dito.
di CLAUDIO BAGLIONI
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