Quando il silenzio risuona sotto i cieli africani.
Mi rendo conto che quello che sto per dire è difficile da dire e da accettare, ma la verità è che Paul Simon è, probabilmente, il più grande "cantautore" vivente. Lo so: sono classifiche impossibili da fare, ma a volte bisogna avere il coraggio di certe posizioni. Se parliamo di canzoni, intese nella forma tradizionale della musica popolare, Simon non ha rivali. Anche spogliate di tutti gli abiti (o gli orpelli) con cui le agghindiamo e nude davanti a noi, le ballad di Simon non perdono senso, valore, fascino. Nulla svanisce della loro capacità di entrare dentro, emozionare, far sognare e pensare, che, poi, è tutto quello si chiede di fare ad ogni canzone degna di questo nome.
Paul Simon è il più grande, per la qualità dell'impianto armonico, per la freschezza di melodie in grado di bucare al primo assalto le difese immunitarie e farci "ammalare" di loro (per sempre), per i testi, nei quali il binomio semplicità/profondità ha raggiunto livelli inarrivabili e consente -nella stragrande maggioranza dei casi- di scomodare, addirittura, la voce "poesia".
Ma non è del Simon icona di certo pop anni '60/70', quello del luminosissimo sodalizio con la purezza incontaminata della voce di Art Garfunkel, l'autore della colonna sonora de "Il laureato" e di una impressionante serie di inni immortali ("The Sound Of Silence", "Bridge Over Troubled Water", "The Boxer"...) che intendo suggerire l'ascolto.
Penso al Simon (se possibile ancora più grande, anche se, almeno qui da noi, meno conosciuto) autore di un capolavoro assoluto quale "Graceland" (1986). Grammy per il miglior album nel 1987. Un disco, per dirla in un'unica, inequivocabile, parola: perfetto. Un album che "Rolling Stone" ha inserito all'81mo posto tra i 500 più importanti di tutti i tempi, definendolo la "colonna sonora del mondo". E colonna sonora del mondo Graceland lo è stato davvero.
Siamo nel 1985. Il Sudafrica è ancora in pieno regime di Apartheid; Nelson Mandela è in galera; la "Commissione per la Verità e la Riconciliazione" (che verrà istituita dieci anni dopo) non è che un sogno per lo stesso Mandela e Monsignor Tutu (se vi capita, buttate un occhio ad un film che si chiama "In My Country"). Paul Simon sfida l'embargo decretato dalle democrazie occidentali, per fare musica con alcuni (sconosciuti quanto straordinari) musicisti neri (quali il sorprendente gruppo vocale "Ladysmith Black Mambazo" di Joseph Shabalala e il chitrarrista "Ray Phiri"), contribuendo a portare una parte importante della musica e della sensibilità del Sudafrica nero davanti agli occhi e alle orecchie del mondo. Ne nasce un capolavoro assoluto, nel quale l'eterea perfezione delle melodie di Simon si fonde all'energia ritmica e alla potenza sonora ineguagliabili della musica nera delle township sudafricane. Risultato: una miscela devastante. Una straordinaria e inarrivabile armonia di contrasti. Basta ascoltare la triade fisarmonica/batteria/basso dell'attacco "The Boy In The Bubble" -il brano che apre l'album- per rendersi conto del fatto che Graceland è uno di quei (rarissimi) dischi che suona come nient'altro e che riesce ad arricchire di un nuovo lemma il dizionario, tutt'altro che limitato, della musica popolare contemporanea. Una straordinaria e, fino ad allora, inedita fusione che, a distanza di venti anni esatti, non ha ancora perso intesità, vitalità, capacità di sorprendere e appassionare. Senza sbavature, né cali di tensione la successione dei brani, a partire da "Graceland", la titletrack (nella quale la tenuta/museo di Elvis Presley a Menphis, diviene meta-simbolo di un pellegrinaggio di purificazione e redenzione), dove a basso e batteria si aggiunge la straordinaria punteggiatura melodico/ritmica della chitarra elettrica di Ray Phiri. E' intorno a questa magnifica triade (e, ovviamente, alle voci dei "Ladysmith Black Mambazo") che si costruisce l'ossatura dell'intero album. Sono questi gli elementi che fanno di Graceland una produzione straordinaria, come dimostrano, ad esempio, "I Know What I Know", (spinta da un pesantissimo rullante) e "Gumboots" (che vive di sottilissimi riff e ritmiche di chitarra e del ritorno della fisarmonica). In "Diamonds On The Soles Of Her Shoes" ci rendiamo conto di cosa siano capaci le voci dei "Ladysmith Black Mambazo": un incredibile tappeto armonico-ritmico sul quale si adagia, in maniera mirabile, la vellutata vocalità di Simon. "You Can Call Me All" (accompagnata da un divertente clip con protagonista il comico Chevy Chase) è una di quelle hit che prendono al primo ascolto e non abbandonano più. Straordinaria, per costruzione e sonorità, "Under African Skies", anche grazie al supporto di un'altra grandissima voce americana: Linda Ronstadt. Ma è nella sognante "Homeless" che Joseph Shabalala e i suoi danno il meglio di sé, incantando per la qualità dell'impasto vocale e le particolari invenzioni sonore, oltre che armoniche e ritmiche. Le chitarre cristalline che si rincorrono, tamburellando come pioggia su tetti di lamiera sono, invece, la cifra espressiva di "Crazy Love, Vol. II", cui segue il più puro "Graceland sound" di "That Was Your Mother", dove il solo di sax riporta l'equipaggio di Graceland dall'altra parte dell'Oceano, nell'America delle mille frontiere nella quale Simon affonda le proprie radici di musicista e autore. Finale a tutto ritmo con "All Around The World Or The Myth Of Figertips": i due continenti sembrano incontrarsi a metà strada e il groove, magistralmente contaminato, che ne scaturisce è davvero indimenticabile.
Che altro dire? Peccato che le parole non... suonino. Solo così, infatti, potrei riuscire a trasmettervi qualcosa di più di quello che, probabilmente, è il disco più grande del "cantautore" più grande. A meno che lo stesso Simon non abbia in serbo qualche altra, rivoluzionaria, meraviglia. Con uno come lui non si può mai dire.
Claudio.
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