 Vengo come ambasciatore di domande, non come possessore di risposte. Vengo a chiedere, non a portare soluzioni. Vengo nel cuore istituzionale d’Europa -al fianco dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e di Amnesty International- per sollecitare Istituzioni, forze politiche, media e opinione pubblica ad una riflessione autentica, profonda e non di circostanza su un dramma che riguarda il presente, ma anche l’equilibrio e lo sviluppo futuro del nostro continente e dell’intera area del Mediterraneo: il dramma dell’immigrazione clandestina.
“O-scià”(*), UNHCR e Amnesty, non sono qui per porre un problema di solidarietà o formulare un generico appello alla carità o alla fratellanza. Sono qui per parlare di diritto, economia, sicurezza. Per chiedere all’Europa di garantire a tutti –anche ai migranti: minori, donne, uomini- quei diritti universali e inalienabili che sono propri di ogni uomo, senza esclusioni, né eccezioni; di concorrere a costruire opportunità di sopravvivenza, lavoro e sviluppo per quei Paesi dai quali sono più forti le spinte migratorie; di farsi esportatrice di pace, libertà, sicurezza e stabilità per tutte quelle aree che vivono un insostenibile e preoccupante deficit di tali valori.
Alle porte dell’Europa che ha tutto e può tutto, bussa chi ha nulla e può nulla. Lo abbiamo fatto anche noi, quando eravamo poveri e senza prospettiva. E non esiteremmo a rifarlo se si rendesse di nuovo necessario. A ciò si aggiunge il fatto che, oggi, la società globalizzata non ammette più oasi verdi, zone franche o compartimenti stagni. Se, quindi, da un lato c’è l’urgenza di puntare a rimuovere le cause di quell’immigrazione che è volano di disagi, tensioni e squilibri, dall’altro c’è bisogno di una legislazione aperta e intelligente, capace di regolamentare accessi e presenze, tenendo conto anche di precise lacune ed esigenze delle economie continentali. Da noi la domanda di manodopera di imprese e famiglie (lavoro domestico, assistenza ad anziani e malati) cresce, e, con essa, cresce il bisogno di combattere piaghe quali lavoro nero e sfruttamento di donne e minori.
Perché l’Europa? Perché Lampedusa non è una zattera rocciosa alla fonda in un tratto di mare più vicino all’Africa che all’Europa. E’ un quartiere di Bruxelles. Un quartiere periferico, certo, per molti aspetti, forse, tra i più disagiati dell’intera Unione. Ma lì vivono cittadini europei come tutti gli altri. Cittadini che dovrebbero godere almeno di pari diritti (visto che non si può parlare di pari opportunità) rispetto a chi vive a Parigi, Londra, Berlino o in qualunque altro piccolo o grande comune d’Europa. Perché il diritto non si misura in chilometri e non diminuisce con l’aumentare della distanza che ci separa dal cuore delle nostre Istituzioni.
L’immigrazione clandestina è, dunque, un problema europeo ed esige una risposta europea. “O scià”, UNHCR e Amnesty sono qui per sollecitare tale risposta. Ma lampedusano ed europeo -nell’intenzione almeno- è anche chi bussano alle nostre porte nella speranza di trovare ciò che nella sua terra gli è negato: libertà, pace, salute, lavoro. In una parola: futuro. Non lo chiede formalmente, certo. Non ne avrebbe il tempo. In nessun caso. Lo chiede di fatto, nel modo più urgente e drammatico. Abbandona tutto -terra, casa, famiglia, affetti- e impegna tutto per rischiare la vita in mare aperto, su un relitto sul quale nessuno di noi metterebbe piede, nemmeno se fosse saldamente ancorato in porto. Cerca di eludere i controlli e raggiungere, a qualunque costo, l’estrema periferia sud di Bruxelles: Lampedusa, appunto. Riusciamo a immaginare una domanda più pressante e definitiva? Non è una semplice richiesta di aiuto. E’ un urlo lacerante, che risuona dal Mediterraneo al Mare del Nord. Possiamo continuare a fingere di non udirlo?
E’ singolare che, parlando di clandestini, ci si soffermi sempre sui problemi costituiti dal loro ingresso e non ci si interroghi mai sulle ragioni del loro fuggire dai paesi d'origine. Perché? La domanda non è mia. E’ di Papa Benedetto XVI. L’ha formulata lo scorso ottobre, in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Credo sia la domanda fondamentale. Migrare in queste condizioni non è una scelta. Al contrario: lo fa chi non ha scelta. In presenza di un’alternativa, nessuno rischierebbe tanto. Ebbene, l’Europa politica è chiamata a lavorare per costruire quell’alternativa. Se non per solidarietà, per necessità. Chiudere le porte non è solo inaccettabile dal punto di vista etico: è anche tecnicamente impossibile e, per molti aspetti, può risultare addirittura economicamente controproducente. La cronaca quotidiana lo dimostra. In Europa e in tutto il mondo. Per questo “O-scià”, UNHCR e Amnesty sono insieme a Bruxelles, per chiedere politiche illuminate e lungimiranti in grado di ristabilire il diritto, garantire pari dignità e pari opportunità a chi c’è e a chi arriva e costruire le condizioni politiche, sociali ed economiche per le quali migrare torni a essere un’opportunità e non una scelta di sopravvivenza. Un compito difficile, certo, ma –come la storia dimostra- non impossibile. Anche perché, quando la causa è alta, l’uomo si scopre capace di coprire qualunque distanza.
Claudio
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